Da dove è nata l’idea di Fintech stage? E perchè concentrasi nello specifico sull’ambito Fintech?

Fintechstage è nato nel  dicembre 2014 per la precisione, un po’ dall’esperienza tredici anni in  a Swift, la cooperativa finanziaria globale, e nel 2007 ho fondato swiftcommunity.net, la piattaforma di comunicazione 2.0 per favorire il dialogo interattivo nella comunità finanziaria di SWIFT. Ma il primo brand fortemente legato al FINTECH che abbiamo fondato è stato innotribe (tribù dell’innovazione). E’ stata fondata nel 2008-2009 nell’epoca in cui la parola fintech era ancora, diciamo, sconosciuta ai più.

Ad un certo punto è insorta un’esigenza forte. Perché non creiamo un brand che possa istituire un ecosistema fintech (quello che successivamente chiamammo ecosystem development)?. Ovviamente abbiamo cominciato con l’Italia nel Marzo del 2018. Lo ricordo perché era il mio 45esimo compleanno. Abbiamo fatto il primo evento fintechstage a Milano presso la torre Unicredit. Dopo questo primo esperimento abbiamo affinato (e raffinato) il discorso e adesso ormai siamo consolidati.  Fintechstage è formato da un ecosistema consolidato… e si può definire un eco system builder perché mette insieme i cinque principali attori che noi crediamo essere comuni a tutti gli ecosistemi del mondo Fintech: le banche, le istituzioni finanziarie e assicurative, gli investitori, il regolatore e quelli che noi chiamiamo i partner tecnologici (tutti player che storicamente hanno servito l’industria finanziaria con i  software o hardware)


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Quali sono le Countries coinvolte negli eventi FINTECHSTAGE?

Il vero potere di Fintech stage risiede nella sua capacità di aggregazione a livello mondiale. Riesce a mettere insieme quasi cinque comunità in giro fra in tutto mondo. Inoltre, dal 31 marzo 2015 al 31 Novembre 2017 abbiamo fatto eventi in tutto il mondo (almeno due dozzine) e in tre continenti, l’America, in europa ovviamente ma abbiamo fatto un paio di mesi navi anche Singapore e Jakarta. Quindi geograficamente ci siamo estesi parecchio e poi abbiamo cominciato ad affinare qualche linea di business “verticale”. Abbiamo sviluppato una linea prettamente finanziaria e contestualmente abbiamo sviluppato un settore più verticalizzato nel ramo assicurativo. All’interno di questa struttura e di questo organigramma, ormai ognuno di noi ormai ricopre un ruolo molto specifico e settoriale. Il mio socio nonchè l’ex CEO di Swift che ha passato ben 25 da CEO … se vogliamo è che  lui ricopre più un ruolo istituzionale mentre io sono più il lato startup e innovation.

Il nostro sistema nel giro di pochi anni ha dato i suoi frutti. Per farvi capire: oggi società come Accenture inseriscono  innotribe  nelle slide di presentazione del mondo delle start up FINTECH e la descrivono come una “pietra miliare dell’innovazione fintech”.

Matteo Rizzi Fintech Stage - VareseNext
Quali sono le prossime date di Fintech Stage?

Abbiamo già pianificato che in Italia FintechStage 2018 durerò una settimana e sarà dislocata tra almeno tre città in italia. In particolare ci sarà un evento, denominato Fintech stage festival, che si terrà tra il 12 e il 16 Maggio e che coinvolgerà startup, investors, player ufficiali. Dal 24 al 26 Gennaio andremo in Nigeria dove facciamo un evento di due giorni con la Fintchstage locale e cerchiamo di creare un ecosistema across the economy, (non verticale). I primi di Febbario al Cairo, poi Lussengurgo e poi un Fintech stage a Lisbona. La seconda parte dell’anno abbiamo eventi che sono alla terza o quarta edizione e abbiamo una collaborazione con Singapore Fintech Festival e con Trustyerd, con i quali facciamo un evento di cyber security a Cannes.

Le prossime date di Fintech Stage?

Abbiamo in agenda Cairo, Lussemburgo, Madrid e Verona. Oltre a questi che sono gli eventi di Fintechstage, parlo ad altri eventi (all’incirca 100)

Avete mai pensato di aprire un incubatore?

Fintechstage fa anche un’attività di consulting e annunceremo presto un lavoro sull’incubazione. Come investor ho investito in StartupBootcamp (il primo incubatore globale e accelaratore Fintech) e il fondatore di StartupBootcamp lavorava per me a innotribe (quindi se vogliamo è quasi di famiglia); inoltre sono anche coach e mentor in una dozzina di incubatori in tutto il mondo. Ho quindi una buona esperienza nel mondo dell’incubazione. Se la domanda è “funziona o non funziona”, la risposta è: Funziona sicuramente dal lato startup.
La maggior parte degli startupper sono grandi technologist ma manca la conoscenza profonda della financial industry. Ci vuole quindi un ruolo istituzionale  nel ramo che possa accompagnarli nel processo di crescita. Non funziona tantissimo per gli investors: investire in un incubatore con la speranza di un ritorno economico non funziona. L’incubatore ospita persone troppo giovani ma non rappresenta un servizio finanziario accurato. Nel mio caso ho messo un milione di dollari in un incubatore e il ritorno economico non c’è stato.  Dall’altra parte per i grossi brand che possono permettersi di fare un investimento ridotto in proporzione alla taglia, possono lanciarsi in qualche progetto che possa innovare…come sì suol dire che possa “shake the three”).

Quali consigli vorrebbe dare agli aspiranti startupper?

Sono gli stessi che darei ad un imprenditore. Circondarsi di gente del mestiere. Il fintech è un ambito che ha bisogno dei dinosauri per cercare di scalare la vetta.  Bisogna essere coscienzioso da chi prendi i soldi, avere un piano finanziario importante, cercare di avere un minimo di prodotto fruibile. E’ ovvio che è una giungla spietata. Gli investors danno soldi ad imprenditori che hanno già creato una startup. Se sei invece un nuovo talento devi puntare tutto sul network e circondarsi di persone che si innamorano dell’idea.

Mi viene da dire però che la perseveranza paga sempre. Io sono un imprenditore e Fintechstage era una startup. Abbiamo fatto 25 eventi in tutto il mondo e in totale siamo in 6. So bene che cosa significa non avere paura di sporcarsi le mani

Ha voglia di parlarmi del suo  libro “Fintech Revolution”?

Siamo in due ad avere scritto un libro sul mondo del Fintech. Il mio si intitola “Fintech Revolution”, edito da Egea e commissionato da Talent Garden. Il mio è uscito l’hanno scorso. E’ un bignami sul Fintech in Italia.
Ora sto scrivendo un secondo libro molto basato sulla mia storia.
Parla dei talenti incompresi e delle risorse. Io sono convinto che le grandi società, comprese le banche, hanno paura di assumere o accomodare talenti “diversi”, quelli che io definisco “mistfit”, ovvero  coloro che non entrano in nessuna casella precisa dell’impresa.
Non si rendono conto che questi talenti che sono considerati scomodi e incollocabili riescono in realtà a far crescere l’azienda. Di solito queste aziende, ammesso che si rendano conto che nell’organico dell’azienda rientrino le persone in questi parametri, non riesci a tenerli.
Queste persone sono più ricompensati dalla libertà che dai soldi e, piuttosto che lavorare per persone che non hanno lo stesso livello di creatività, preferiscono andarsene.  Spesso si sentono incompresi dal datore di lavoro e il datore di lavoro, dall’altra parte, non sa come gestirli. Ma questo non va a beneficio dell’azienda, la quale invece dovrebbe trarre un grande vantaggio da questo tipo di persone. Una cosa è da sottolineare:  questo è libro rivolto a livello assolutamente globale. La problematica dei “misfits” non è circoscritta solamente all’Italia. E’ un challenge per qualsiasi corporate sulla faccia della terra. Il talento diverso porta 9 volte su 10 ad una difficoltà interna all’azienda (porta a quello che io definisco lo “shake the tree”) ma porta anche un incredibile valore aggiunto all’azienda. Va anche sottolineato che non sto parlando di società come Google, aziende dove ci sono persone che giocano tutto il giorno a ping pong e poi in 5 minuti di tirano fuori l’idea del secolo…io vi

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Sto parlando delle istituzioni, delle banche, delle aziende come fiat o Ferrero. Quelle aziende non sono in grado di integrare questi grandi talenti in grado di portare un vero valore alla società. Shaking the tree, come si suol dire in gergo.